L’angoscia del follow up

L’angoscia del follow up

Stim.ma Dott.ssa Ruffilli,
sono una paziente di 52 anni, affetta da adenocarcinoma polmonare mutazione Ros 1 , IV stadio.
Fortunatamente, dopo un primo periodo in cui ero in carico presso la mia cittadina di origine in Veneto, con alcun risultato tangibile se non un lungo e infruttuoso percorso diagnostico, sono incappata nella Community social di ALCASE, dove ho appreso tante utilissime informazioni, tra cui quella che mi ha salvato: consigliavano infatti di affidarsi alle cure di oncologi specializzati nella cura delle neoplasie polmonari e non di oncologi generalisti.
Così ho cercato fuori dalla mia città un medico specializzato nel polmone che, oltre a essere un professionista competente, è stato per me un punto di riferimento costante sia ancora nel completamento dell’iter diagnostico, sia nella stesura del piano terapeutico che abbiamo concordato insieme.
Sono passati 4 anni ed io continuo a seguire la mia terapia che so, però, non potrà essere sempre la stessa per molti anni, perché dopo un certo periodo (che nessuno sa prevedere) il farmaco cesserà di funzionare e dovrò passare ad una seconda linea.
Prima i controlli erano fissati a tre mesi, ora sono stati allungati di un mese e li faccio ogni quattro mesi. E qui nasce il problema: trascorro serena, felice ed attivissima il mio tempo, ma circa dieci / dodici giorni prima del controllo vengo assalita da un’angoscia che mi toglie il fiato, mi sento priva di energia, divento apatica e anche insofferente verso gli altri, compresi i miei amici ed i miei cari.
angoscia del follow up Ho provato tante strategie: mi sono forzata a leggere ma è come se le parole mi passassero davanti sena riuscire a coglierne il significato, ho provato a dipingere ma dopo circa mezz’oretta l’angoscia mi assale di nuovo, mi sono imposta di dedicare gran tempo ad attività manuali, sono anche andata ad aiutare un’amica a curare il suo giardino, ma neppure quell’attività riesce a distrarmi.
Ho pensato di rivolgermi ad un terapeuta, ma mi sembra inutile perché appena il controllo è finito e mi viene comunicato che la TAC è pulita, esco dalla struttura come se il brutto periodo pre-controllo non fosse mai esistito.
So che è un problema per molti miei amici virtuali della Community, ma non sono mai andata a fondo se anche per loro diventa quasi un problema patologico.
Per questo mi rivolgo a lei, dottoressa.
Esiste qualche tecnica per scaricare le tensioni o almeno per attenuarle?
La ringrazio in anticipo se vorrà rispondere.
Cordialmente
Silvia

Carissima signora Silvia...

il cambiamento nelle tempistiche del suo follow up può avere contribuito al manifestarsi delle sensazioni che descrive che sembrano riferirsi alla paura di progressione di malattia, alla paura razionale e reale che qualcosa possa non andare bene, che ci siano dei cambiamenti e che tutto non sia più sotto controllo come nell’ultimo periodo.
Ci tengo a sottolineare “reale e razionale” perché la paura della progressione di malattia e qui dell’affrontare i controlli è una risposta emotiva/comportamentale funzionale alla reale minaccia che porta il cancro con sé, fa di per sé parte dell’esperienza della malattia.
Normalmente anche per altre situazioni se qualcosa ci minaccia, minaccia la nostra sicurezza, noi proviamo paura.
Tuttavia quando questa diventa troppo elevata può diventare disfunzionale, influenzando il benessere, la qualità della vita e il nostro funzionamento sociale.
La ricerca ha dimostrato che la paura della progressione è uno dei sintomi di disagio più frequenti nei pazienti, alcune ricerche recenti suggeriscono che probabilmente intorno al 50% dei pazienti sperimenta una paura da moderata a grave della progressione e questo va indubbiamente a influenzare la loro qualità di vita.
Ci sono moltissimi studi che vanno ad indagare varie tecniche e terapie psicologiche, così come anche l’interazione con la medicina integrativa negli ultimi anni sta diventando sempre più importante, per fornire strumenti utili a fronteggiare anche questo problema.
Come sempre in questi casi però non c’è una risposta che sia valida per tutti, non c’è una “ricetta” comune e universale.
Come ha già potuto sperimentare e ci racconta, ci sono state delle azioni che per lei, Silvia, non hanno funzionato e altre che le hanno dato sì un po’ di sollievo e tregua ma solo per alcuni momenti.
Da un lato, Silvia, può continuare a cercare altre tecniche che possano essere più funzionali di quelle sperimentate finora, la Mindfulness, ad esempio, sembra anche dalle recenti ricerche essere un approccio molto utile.
(Nota: Mindfulness = raggiungimento della consapevolezza di sé e della realtà nel momento presente, consapevolezza che può essere raggiunta mediante la messa in pratica di particolari tecniche di meditazione)
Dall’altro lato le consiglierei di non escludere un percorso con uno psicoterapeuta.
È vero che scrive che dopo la Tc e quando i controlli vanno bene poi queste sensazioni spariscono, ma fa tutto parte di un processo dinamico per cui rimangono solo come “sedate” per un periodo e poi tornano fuori in maniera prepotente.
Un percorso con uno Psiconcologo può essere molto utile per affrontare quello che c’è dietro le sensazioni che lei descrive, per dare un senso e un significato a quello che prova.
Un percorso che possa aiutarla a conoscere quello che sente senza cercare di risolverlo, “spostarlo” o “chiuderlo” da un’altra parte ma per conoscerlo e prendersi anche un po’ cura di queste sensazioni.
A volte cerchiamo di combattere le nostre debolezze ma è utile anche capirle, conoscerle, dargli un nome e talvolta concedersele trovando un modo per rassicurarsi e consolarsi.

Un caro saluto,

Dott.ssa Federica Ruffilli
Dirigente Psicologo Psicoterapeuta
Struttura Semplice di Psico-Oncologia
Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori
Meldola (Forlì Cesena)

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