Terapia sintomatica e di supporto: quando smettere coi farmaci antitumorali?…

Terapia sintomatica e di supporto: quando smettere coi farmaci antitumorali?…

Buongiorno, dottor Buccheri.

Ho letto i molti post in merito all’utilizzo del Nivolumab anche in caso di adenocarcinoma polmonare non a piccole cellule.  È purtroppo il caso di mio padre, 77 anni, che attualmente ha effettuato chemio e radio con alcuni risultati (scomparso tumore principale al mediastino e scomparsa piccola metastasi cerebrale) ma i linfonodi presenti nel polmone destro sono ancora interessati dalla malattia e danno parecchio fastidio in termini di respirazione faticosa e difficoltà ad alimentarsi.
Ci hanno detto che questi linfonodi premono sul diaframma che di conseguenza non si muove liberamente e rende difficile il respiro.
Tre giorni fa mio padre è stato ricoverato in medicina generale per affaticamento e svenimenti. Hanno eseguito una gastroscopia con risultato totalmente negativo. Rilevata insufficienza atriale. Ora è sottoposto a monitoraggio cardiaco e alimentazione con catetere venoso.
Purtroppo l’oncologo che lo ha in cura (nello stesso ospedale dove è ora ricoverato) ci aveva fatto intendere che, avendo budget residuo ed essendo ormai a fine anno, avrebbe richiesto ufficialmente all’ospedale la cura con Nivolumab per mio padre. Due giorni fa ha comunicato al dottore di medicina generale che non ha alcuna indicazione terapeutica da dare… ne deduco quindi che il budget verrà destinato ad altro. Non intendono somministrare la cura nemmeno a pagamento poiché la pratica di acquisto da parte nostra, ma attraverso l’ospedale, “sarebbe troppo complicata”.
Ci troviamo tutte le strade sbarrate, ma un tentativo è il minimo che si possa fare!

È possibile fare qualcosa per riuscire ad avere la cura, anche pagando?
Non sappiamo più a chi rivolgerci. Sembra proprio che il paziente sia stato “rottamato” e abbandonato verso la fine… Grazie mille e scusi la lunghezza di questo post.

Cara Silvia...

Non posso entrare nello specifico dell’insufficienza cardiaca valvolare (mitralica?.. tricuspidale?..) e delle aritmie per cui il tuo papà è sottoposto a monitoraggio cardiaco, né nelle ragioni per le quali è in alimentazione parenterale… Non ne conosco la storia clinica, non lo ho mai visitato e, soprattutto, non ho in mano tutta la documentazione sanitaria che hanno i tuoi medici.

Certo, da ciò che racconti, la situazione clinica generale del tuo papà appare piuttosto compromessa.  Il punto è quanto lo è e, soprattutto, se non vi sia alcuna speranza di recupero, spontaneo o facilitato da terapie mediche generali e di supporto. Questa valutazione è forse uno dei più difficili compiti con cui è chiamato a cimentarsi il medico: quando è che non c’è più “niente da fare”?  Ovvero, quando è lecito dichiarare che la situazione clinica è troppo compromessa per poter tentare ancora l’utilizzazione di altri farmaci antitumorali senza che questo diventi un semplice e puro “accanimento terapeutico”?…  Se una persona con un cancro al polmone arrivasse al punto da poter respirare ed alimentarsi solo con le macchine, nessuno penserebbe di fargli la chemioterapia o qualunque altra terapia anticancro, ma tutti penserebbero soltanto a sostenerne il cuore… finché batte.  All’estremo opposto, in un giovane quarantenne che avesse un tumore al polmone metastatico, ma che fosse ancora pauci-sintomatico o del tutto asintomatico, tutti gli oncologi si accanirebbero con le loro armi terapeutiche.  Non perché (come stai forse pensando) un giovane “vale di più”, ma perché è questo il caso in cui i farmaci anticancro possono davvero cambiare la storia della malattia…

In questo tipo di valutazione, la medicina diventa un’arte: qui non ci sono linee guida, protocolli, flow-chart, e software preconfezionati che permettano di riconoscere il confine,  assai sfuggente, fra accanimento terapeutico e abbandono del malato.  In pratica, si è nel solito campo delle probabilità: più sono gravi i problemi di funzionalità di organi e apparati, meno è probabile che i farmaci antitumorali (che portano sempre con loro una non trascurabile tossicità) possano servire.   La valutazione di queste probabilità è meglio fatta da un medico con ampia esperienza, o ancora meglio da una equipe di medici esperti, e può essere corroborata da un secondo parere autorevole (a questo proposito noi abbiamo stilato una lista di medici eccellenti in tutto il territorio nazionale che può essere utile allo scopo: https://www.alcase.eu/medici-eccellenti/).

Questa è la mia opinione. Mi piacerebbe che i lettori di questa pagina esprimessero liberamente e senza riserve il loro pensiero. E’ una questione etica molto importante, dove nessuno ha la verità in tasca…

Cordialmente.

Gianfranco Buccheri

PS. Effettivamente, Silvia, se il tuo papà, alle dimissioni dall’ospedale, fosse in discrete condizioni generali, abbastanza autosufficiente e con una aspettativa di vita naturale, giudicata dai medici che lo seguono, di almeno 2/3 mesi, la sua terapia sarebbe il Nivolumab.  Come fare ad ottenerlo subito?… Purtroppo, come dici tu stessa, per ora è solo a pagamento, ed è probabilmente più facile ottenerlo in una clinica privata dove la burocrazia è più semplice.  Magari, sostenendoci nella nostra campagna per la immediata rimborsabilità del farmaco da parte del SSN: https://www.alcase.eu/home/nuova-petizione-nivolumab/, potresti aiutare te stessa e tanti altri come te ad uscire da questa situazione di stallo.

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