Chemioterapia: ha ancora senso?

Chemioterapia: ha ancora senso?

Gent.mo dott. Buccheri,

screening Cancro polmonea mio marito è stato diagnosticato un adenocarcinoma polmonare con metastasi alla pleura, dopo pleuroscopia.
Oggi ha fatto la prima chemio, carboplatino + penetrexed. Fra 21 giorni dovra’ ripeterla. Volevo chiedere il Vs. parere sulla terapia somministratagli (ospedale Monaldi di Napoli) o se ci sono terapie alternative. Ha solo 63 anni, dopo una vita lavorativa finalmente fra 2 mesi andra’ in pensione…..ma con che prospettiva di vita? Ho un po’ paura, per tutto quello che leggo su questo tipo di tumore. E’ un grosso fumatore, ancora adesso fuma, penso 2 pacchetti al giorno, anche se lui mente, anche ai medici. Puo’ indicarmi se la strada intrapresa puo’ dare qualche speranza?

Loredana

Cara Loredana...

innanzitutto voglio dirti che comprendo perfettamente la tua ansia e preoccupazione per quanto di assolutamente indesiderato vi è  capitato, come si dice, fra testa e collo. E ne approfitto per  mandarti la solidarietà e la vicinanza di tutti gli amici di ALCASE e mie personali.

Ho limitato il contenuto della tua mail a quella che ritengo essere la questione cruciale, per te e per molti lettori del blog “interrogare l’esperto”: la chemioterapia serve ancora (e fino a che punto)?…

La chemioterapia fu introdotta nelle cura dei tumori a metà del secolo scorso, e nei tumori cosiddetti solidi intorno agli anni ’70.

Nel cancro al polmone, proprio chi scrive fu il primo a confrontarla, in uno studio con controllo storico, al trattamento standard di quel tempo (che era costituito dalla semplice terapia sintomatica e di supporto): http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/016950029090112Y.  Io ed il mio gruppo di studio eravamo convinti ‘a priori’ che la tossicità intrinseca della chemioterapia avrebbe superato gli eventuali benefici di contenimento del tumore, e i risultati del nostro studio sarebbero stati negativi.  Invece, fummo assai sorpresi dai risultati che, in maniera statisticamente significativa, davano un vantaggio di sopravvivenza a chi era stato trattato con chemioterapia. Riprendemmo successivamente quei dati e, rianalizzando quel poco che era stato pubblicato sull’argomento fino a quel momento, giungemmo alla conclusione certa che “fare chemioterapia è, mediamente, meglio che non far nulla“.   Questo punto di vista fu espresso in un editoriale pubblicato nel 1994 su un’importante rivista scientifica americana del settore: Chest.  Pochi anni dopo, la mia opinione fu supportata dal l’evidenza fornita da nuovi studi clinici controllati, da metanalisi, e fu accettata universalmente dalla medicina oncologica.

Stabilito che la chemioterapia allunga la sopravvivenza naturale della malattia, diminuisce il numero di ricoveri ospedalieri causati dalle complicazioni del tumore e persino migliora la qualità della vita dei pazienti trattati (come dimostrato successivamente in numerosi studi clinici ad hoc), va fortemente stressato il fatto che che ciò vale per la media della popolazione trattata.  Il che vuol dire che un singolo individuo in chemioterapia può avere grandissimi benefici (scomparsa totale o parziale del tumore  e ottima qualità di vita), qualc’un altro pochi benefici o nessuno, pochissimi altri infine possono persino ricavarne effetti peggiorativi di quella che sarebbe stata lo loro storia  naturale.  Per questo, normalmente, si fanno solo 4 cicli (meno non sarebbe sufficiente per dare un giudizio certo di efficacia/inefficacia), e si valuta poi la risposta soggettiva ed obiettiva del paziente per una eventuale continuazione (in caso di beneficio) o di sospensione (in caso di non beneficio) della chemio.

Dal 1994, qualcosa è cambiato,  per fortuna!… Dal 2000 in poi, a partire dal vecchio ed inossidabile Iressa, sono comparsi i vari farmaci biologici ad azione mirata e più recentemente gli anticorpi monoclonali diretti su specifici “check-point” immunitari, come lo Opdivo, che è già entrato nella pratica medica e aspetta solo la erogazione gratuita a carico del SSN.

Alla fine di questo lungo excursus, Loredana, vorrei tranquillizzarti sul fatto che, dando per scontato che i tuoi medici abbiano correttamente escluso la presenza di mutazioni genetiche trattabili prima di iniziarla, la chemioterapia rimane oggi l’opzione migliore  per il tuo marito, cui in futuro potrà far seguito l’immunoterapia cui accennavo prima.

Cordialmente,

direttore-medico-firmaGianfranco Buccheri

 

 

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