Malati e famigliari

Malati e famigliari

Stim.ma dottt.ssa,
le scrivo non tanto per un mio problema personale, perché ho trovato nella mia esperienza oncologica un equilibrio che andava bene per me, ma, a quanto pare, crea problemi ai membri della mia famiglia.
Quando ho scoperto la macchia, ho capito subito che il tanto temuto cancro era arrivato.
Confesso d’aver provato emozioni contrastanti, dall’annientamento emotivo alla paura del futuro, dalla voglia di scappare (ridicolo, vero?, come una bambina che compie una marachella) alla domanda “Ed ora cosa faccio?”
Un’oretta da sola e le ombre si sono disciolte. Ho cercato sul web ed ho trovato un oncologo a Milano.
Era chiaro che non potevo fermarmi nel piccolo ospedale di provincia dove vivo, avevo sentito e visto con i miei occhi l’inadeguatezza dei medici. Cosa che ho poi, anni dopo, trovato conferma in ALCASE, che indica i medici di eccellenza e suggerisce sempre di sentire un secondo parere.
Io sono partita subito.
In casa non ho detto nulla e andavo e venivo da Milano in tutta segretezza. Il mio lavoro mi portava spesso in giro, quindi non ho dovuto faticare particolarmente per tenere nascosta la cosa.
Inoltre stavo bene, sopportavo senza problemi le terapie, salvo qualche leggero fastidio.
La terapia funzionò e l’oncologo, dopo la terza tac, mi disse “Possiamo operare” e mi portò dal chirurgo.
Può immaginare quanto fossi felice, ma … ora dovevo parlarne. E questo non fu affatto bello. Lo vidi dai loro volti, dalle loro bocche tirate…
Quando, dopo parecchio tempo, mi ripresi pian piano la mia vita, allora fui attaccata. Mi fu detto che avevo pensato solo a me, che anche loro avrebbero dovuti essere coinvolti, che avrebbero potuto aiutarmi…
Io non capisco proprio. Ho sbagliato io o sono loro che, secondo me, mi chiedono troppo? In fin dei conti mi sono protetta perché nella scelta che ho fatto non avevo nessuno che mi compativa, che mi guardava come una poveretta sulla strada che porta verso l’oscurità. Io volevo stare bene, nonostante il cancro e in questo modo sono riuscita a … barcamenarmi con me stessa.
Cosa ne pensa?
Grazie mille
Annalisa

Gentile Annalisa...

innanzitutto la ringrazio per aver condiviso con noi la sua storia.
La diagnosi di cancro, come possiamo cogliere dalle sue righe, costituisce una fase delicata e destabilizzante per chi la vive.
Lei racconta molto bene questo momento dicendo di aver provato emozioni contrastanti, come annientamento emotivo, paura del futuro, voglia di scappare, fino a domandarsi “Ed ora cosa faccio?”.
Sentirsi così e provare queste emozioni è normale. Si diventa consapevoli di essere malati, crollano gli equilibri, ci si confronta con un futuro incerto, con la propria vulnerabilità, ci si può percepire impotenti, confusi, spaventati, e, come lei giustamente ci dice, si può aver voglia di fuggire da un peso così grande.
Nelle sue parole si legge la fatica che ha provato, ma emergono anche le sue risorse, la sua capacità di riprendersi e di affrontare la situazione.
Quello di cui parla qui è un aspetto importante e delicato che riguarda molti che come lei ricevono una diagnosi di cancro e cioè: “Cosa faccio con i miei cari? Come mi comporto? Cosa gli dico?”.
Nel suo percorso di malattia lei ha scelto di non avvisarli da subito, di recarsi da sola alle terapie e di dare la comunicazione una volta stabilito l’intervento.
Per quanto riguarda la scelta migliore non esiste un comportamento giusto o sbagliato da seguire ma è importante fare ciò che ci fa sentire meglio.
Non dirlo alle persone vicine sicuramente ha un costo fisico e psicologico. Si deve mantenere un segreto, impiegare più energie non avendo supporto da altri, cercare motivazioni alternative dei propri spostamenti, inoltre non si possono condividere le proprie preoccupazioni, le emozioni e i malesseri legati alla malattia, con il rischio di accentuare ancor più il peso su di noi.
Lei scrive “mi sono protetta perché nella scelta che ho fatto non avevo nessuno che mi compativa, che mi guardava come una poveretta”. Qui la invito a riflettere su cosa voglia dire essere compatita ed essere vista come una poveretta, che significato abbia per lei e che valore abbia nel decidere di non comunicare agli altri la propria malattia.
Per quanto riguarda i suoi familiari la loro è una reazione comprensibile, probabilmente, come scrive lei, nata dal sentirsi esclusi e dall’impossibilità di aiutare una persona cara. Se può aiutarla può immaginare come si sarebbe sentita se questa cosa fosse successa a un suo familiare e avesse deciso di agire come lei, ciò non per giustificarli ma per provare a capire il loro punto di vista.
In ogni caso se sente che le sue scelte le hanno permesso di affrontare al meglio una situazione così delicata è questo ciò che conta.
In ultimo tengo a precisare per chi sta affrontando la malattia oncologica che laddove ci si senta sopraffatti dalla situazione o dalle proprie emozioni può essere di supporto rivolgersi a uno psicologo esperto.
Spero che questa mia risposta possa esserle d’aiuto, intanto le faccio i migliori auguri per il suo percorso.

Cordialmente

dott.ssa Aurora Vinci
Psicologa Clinica – Neuropsicologa

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