La caregiver moglie e madre

La caregiver moglie e madre

CONTESTO

Cancro e famiglia
Il cancro è un evento traumatico familiare o meglio una malattia familiare che minaccia l’unità della famiglia e che crea cambiamenti importanti nella sua struttura e nel suo funzionamento.
Così come non vi è una persona uguale ad un’altra, così anche per la famiglia non ve n’é una uguale ad un’altra e pertanto ogni nucleo è a sé stante e se si fanno grossolani errori quando si vuole generalizzare.
Ogni nucleo famigliare reagirà alla patologia oncologica maligna in base a molti fattori:
1) al sesso e ruolo che il paziente ha nella famiglia, le reazioni post traumatiche e di adattamento saranno molto differenti se ad ammalarsi sarà un uomo-marito-padre, oppure una donna-moglie-madre. L’equilibrio è dato dai pesi e posizioni all’interno della famiglia. è molto diversa una famiglia con un bambino piccolo, da una con figli adolescenziali e da un’altra con figli che abitano fuori casa.
2) I ruoli si differenziano anche per l’aspetto culturale es: nord e sud, oppure da provenienze di culture differenti dalla nostra,
3) dall’età cronologica della sua costituzione, ogni famiglia ha un suo equilibrio instabile (poiché dinamica) raggiunto nel tempo e da precedenti esperienze che la coppia e/o famiglia ha già affrontato in passato e che le hanno dato un suo stile specifico di comportamento sia all’esterno che all’esterno es: famiglia conflittuale, famiglia disgregata, famiglia muta e/o congelata. La famiglia “normale” è quella che più di tutti esprimerà il disagio dell’alterazione dell’equilibrio relazionale perso alla ricerca di un nuovo assetto. La figura del caregiver è un ruolo molto difficile, perché si trova ad agire tra il paziente e l’equipe curante, dove viene sollecitato da sentimenti ambivalenti tra la condivisione ma anche di protezione dalle cattive notizie. Quando le condizioni fisiche e psicologiche del paziente vanno male, si sente in dovere di sponsorizzare un atteggiamento di fiducia e di speranza, nascondendo spesso risposte psicologiche segnate dal dolore e dall’angoscia che si riverberano negativamente sulla gestione quotidiana della neoplasia. Questa posizione è quindi molto difficile da gestire perché deve rappresentare un bilanciamento dell’equilibrio psicologico del paziente, cioè rappresentare la parte mancante cercando gradualmente di condividerla con il proprio famigliare ammalato.
Pertanto vi è la necessità di mantenere un equilibrio e adeguare il proprio stile di vita alla malattia dipende anche dal supporto sociale disponibile per la famiglia, dalla “solidità” psicologica di ciascuno, dalla eventuale concomitanza di altre circostanze difficili. Le conseguenze più frequenti consistono di solito in angoscia e umore depresso, diagnosticati come disturbi dell’adattamento, nonché sindromi postraumatiche osservabili, con una maggiore frequenza, nel caregiver e nei figli del paziente. Come comportarsi?
Fonte Ordine Provinciale dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri di Milano


Buona sera.
Sono Carmela, ho 48 anni e da tre anni vivo al fianco di mio marito di 53 anni, malato di cancro ai polmone.
Abbiamo due figli adolescenti, e questo significa che tutto il peso è sulle mie spalle.

Sono una caregiver giovane, moglie e madre .

Dopo tre anni di terapie che non hanno dato sempre il risultato desiderato, adesso vediamo che mio marito si è aggravato, lentamente ma inesorabilmente…

Mi chiedo ogni giorno come farò e cosa dirò?

Fino a che punto bisogna essere schietti?

Conosco mio marito, in questi anni io ho fatto da filtro; egli non ha mai fatto domande dirette al suo medico, sono io che apprendo le notizie e poi le riferisco.

Sono tante le domande che mi pongo…

A volte penso mio marito che non abbia preso coscienza della situazione.

La ringrazio per la risposta che vorrà darmi.

Cordialmente

Gentile Carmela...

la situazione che sta vivendo non è semplice e colgo nelle sue parole l’enorme sforzo che le è richiesto come moglie, madre e persona.
Molti che come lei, da caregiver, sono vicini a una persona cara la cui situazione clinica inizia a peggiorare, vivono questo dubbio ed è lecito e comprensibile chiedersi cosa fare, come comportarsi e soprattutto cosa dire anche agli altri famigliari.
Le faccio presente che non c’è una risposta univoca o giusta e ogni situazione è diversa dall’altra. Tuttavia, in base alla mia esperienza clinica, credo che la verità sia solitamente l’opportunità migliore da considerare.
caregiver moglie e madreOmettere o nascondere informazioni, pur con l’amorevole intento di proteggere le persone amate, può talvolta essere controproducente perché contribuisce ad alimentare un tabù di cui non si può parlare. In molti casi la persona malata o componenti della famiglia percepiscono uno stato d’animo o un non detto che risulta incoerente con le informazioni trasmesse. L’impossibilità di condividere può generare dubbi, incomprensione e soprattutto isolamento.
La possibilità di conoscere la situazione, sebbene fonte di dolore e dispiacere, invece dà forma e concretezza a una paura che così diventa affrontabile.
Poter esplicitare permette alla famiglia e a chi è malato di esprimersi, di manifestare le proprie paure, la tristezza, la rabbia, di viverle assieme e insieme accogliersi e sostenersi. Questa espressione accompagna il difficile passo dell’elaborazione della malattia e delle conseguenze, fino a preparare, nella situazione più ardua e dolorosa, alla perdita e al saluto.
Cara Carmela, quello che lei sta portando sulle sue spalle da anni è un peso importante che senza adeguato sostegno rischia di sormontarla.
Se dovesse averne bisogno la invito a rivolgersi al suo medico di base o ai centri ospedalieri della sua zona dove è possibile richiedere un supporto psicologico per caregivers.
Le mando un pensiero caloroso e spero che queste mie parole possano esserle d’aiuto.

Cordialmente

dott.ssa Aurora Vinci
Psicologa Clinica – Neuropsicologa

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