Assistere un malato grave…

Assistere un malato grave…

Gentile Dott.ssa,
Mio padre di 87 anni è malato da più di due anni.
Da 6 mesi gli hanno sospeso ogni cura perché ritenuto troppo debole.
Le sue condizioni sono ogni giorno più precarie: allettato, persa completamente la vista da un occhio mentre nell’altro ha problemi di cataratta, si nutre solo di cibo frullato, vive con una badante che sopporta poco…
Da mesi tiene sempre gli occhi chiusi e non ci parla.
È vero che fa fatica a parlare ma credo più che altro che non ne abbia voglia.
Non è più interessato a nulla. A nessun tipo di argomento.
Di testa è lucido e quindi immagino che la sua sofferenza psicologica sia immensa.
Vorrei aiutarlo ma non saprei come.
Ho provato a mettergli una musica che gli piace. Ho provato con tutti gli argomenti. Ho provato ad offrirmi di leggergli qualcosa. Ho provato con cibi gustosi per invogliarlo a mangiare.
Ma nulla lo stimola. È affaticatissimo.
Come dolori fortunatamente non ne ha molti.
Io credo che lui abbia una gran paura della morte e allo stesso tempo la desideri. Ma sono mie ipotesi, visto che non parla né con me né con mia sorella.
Cosa posso fare per alleviare, se non proprio allietare, questo faticoso, lungo, penoso viaggio del fine vita?
Non so più cosa fare. Spero tanto possa darmi consiglio.
Grazie
Daniela

Gentile Daniela...

assistere un genitore che sta per lasciarci non è cosa semplice.
La reazione di suo padre dopo due anni di malattia è forte, ma è anche compatibile con tutto ciò che sta vivendo sia psicologicamente che fisicamente (considerando che anche la patologia stessa interferisce fisiologicamente sui nostri stati psicologici e sul nostro umore).
Il suo desiderio di aiutarlo è comprensibile e capisco che, in quanto figlia, vorrebbe rendergli questo momento il più sereno possibile.
Tuttavia, le chiederei un attimo di soffermarsi su quelli che sono i bisogni di Daniela e su quelli che invece sono i bisogni del suo papà.
Ognuno di noi ha una reazione diversa alla malattia, alla propria morte e al dolore e ognuno di noi sceglie come vivere questo momento.
Da ciò che mi scrive la reazione di suo padre sembra di chiusura, non desidera parlare e non è più interessato a nulla. Possono esserci tanti motivi per cui una persona reagisce così, forse non è abituato ad esternare le proprie emozioni, forse non vuole mostrarsi vulnerabile davanti agli altri o preferisce chiudersi in sé stesso in una sofferenza silenziosa.
bisogni malato e caregiverNon sappiamo cosa suo padre stia provando e, sebbene questa modalità possa essere preoccupante e frustrante per chi gli sta vicino, è quella che lui ha scelto e che probabilmente gli permette di sentirsi più sicuro nell’affrontare questo difficile momento.
Tornando a Daniela, sebbene il suo pensiero primario sia far star bene il suo papà, si soffermi anche su di sé e su ciò che sta attraversando.
Non è facile far fronte a tutto ciò, soprattutto in un momento in cui la situazione e l’altro ci mettono in una condizione di impotenza e, come giustamente mi scrive, non si sa più cosa fare.
Proprio questa sensazione riflette la realtà della fase che state vivendo dove più che al fare è ora di lasciar spazio allo stare.
Si può stare insieme nel silenzio, nella tristezza, nel dolore e concedersi questa possibilità con il suo papà senza necessariamente fare qualcosa può essere un’occasione per sentirsi vicini e prepararsi al saluto.
Non è solo il suo papà a lasciare la vita, ma anche lei che deve prepararsi a lasciare il suo papà.
Le auguro di affrontare al meglio questa difficile situazione e qualora avesse bisogno la invito a rivolgersi a un terapeuta.

Cordialmente

dott.ssa Aurora Vinci
Psicologa Clinica – Neuropsicologa

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