Se un oncologo stigmatizza il proprio paziente…

Se un oncologo stigmatizza il proprio paziente…

Riceviamo e pubblichiamo.


Cari amici di ALCASE Italia,
ho il papà ammalato, ex fumatore che ha abbandonato il tabagismo dieci anni fa, ed ora abbiamo iniziato il primo ciclo di chemio.
Il problema maggiore sorge con l’oncologa che lo ha in carico, che ogni volta lo fa sentire in colpa perché ha fumato.

Premetto che il mio genitore è una persona solare (prima della diagnosi molto di più ) e gentile. Vivendo in un paese piccolo, è molto conosciuto ed ha con tutti un rapporto gioviale e aperto ed è capace di relazionarsi con le persone.
Con l’oncologa si è sempre posto in modo gentile, ma quando formula delle domande (a mio parere lecite e la cui risposta è dovuta) viene trattato con sufficienza e arroganza.

Già accettare la malattia che ha stravolto la vita a tutta la nostra famiglia è dura, siamo consapevoli della situazione drammatica, di avere poche speranze e che il tempo è poco, ma affrontare le scarse cure rimaste interagendo con un’oncologa, che fa innervosire non solo il paziente, di per sé già psicologicamente fragile considerata la patologia comporta, ma anche i famigliari, è veramente arduo.
Infatti ogni volta che si va nel suo studio, sta diventando quasi impossibile porre qualche legittima domanda, perché si ottengono risposte quasi infastidite, situazione che si sta facendo pressoché insostenibile e che aggiunge un senso ancor più di impotenza rispetto alla malattia.

A volte basterebbe un po’ di umanità nei confronti di una persona che sta piano piano andando verso la fine della propria vita.

Se la dottoressa non modifica il suo modo di porsi, valuteremo la possibilità di cambiare medico con la speranza di trovare una persona più umana ed empatica o addirittura cambieremo ospedale, anche a discapito della comodità.

Il figlio (lettera firmata)


Commento di ALCASE:

Premesso che:

  1. è universalmente accettato (vedasi a tale proposito la pagina del sito dedicata all’Etica Medica) che ogni oncologo debba tenere conto della condizione psicologica del proprio paziente e fare in modo che, sia le sue parole, che il suo atteggiamento non possano ferirlo in alcun modo.
  2. che il giuramento di Ippocrate così si esprime: “Consapevole dell’importanza e della solennità dell’atto che compio e dell’impegno che assumo, giuro:
    → di curare ogni paziente con scrupolo e impegno, senza discriminazione alcuna;
    → di perseguire con la persona assistita una relazione di cura fondata sulla fiducia e sul rispetto dei valori e dei diritti;
    → di attenermi ai principi morali di umanità e solidarietà nonché a quelli civili…
  3. che segnalazioni come quella qui pubblicata giungono qui, alla nostra attenzione, sempre più frequentemente,

auspica che tutte le ASL italiane attivino, per il loro personale medico ed infermieristico operante nei reparti di oncologia, dei corsi di aggiornamento obbligatori sulla comunicazione medico/paziente.  Con particolare attenzione alle problematiche legate allo STIGMA nei confronti dei malati di cancro al polmone.

A riguardo di quest’ultimo aspetto, lo stigma, può essere utile riportare le discussioni e le iniziative internazionali  attivate per il suo contenimento:

In una riunione annuale dell’ASCO, anno 2019, ci si concentrò sullo stigma del cancro del polmone con una valutazione decennale sugli atteggiamenti di pazienti e oncologi, nei confronti del cancro del polmone.    Emerse che la presenza dello stigma era ben documentata e  aveva un impatto sulla cura e sul trattamento dei sopravvissuti al cancro del polmone. Successivamente, dopo un decennio di progressi della ricerca sul cancro del polmone, lo stigma che circonda la malattia, rimaneva un problema critico: i pazienti percepivano lo stigma a livelli più alti e gli oncologi non riferivano alcun miglioramento.  Ciò sottolinea la necessità di affrontare lo stigma con approcci multilivello pro-attivi, compresa la necessità per gli operatori sanitari di praticare la comunicazione empatica.
Fonte: Journal of Clinical Oncology

→La campagna australiana “FFS” o “Free From Stigma” ha coinvolto il principale oncologo del cancro ai polmoni del Paese, il dottor Nick Pavlakis, il quale ha detto di parteciparvi perché è stufo di persone che muoiono di cancro ai polmoni mentre dovrebbero essere ancora vive. Fonte Brisbane Times

In conclusione, ALCASE desidera incoraggiare gli operatori che lavorano con pazienti affetti da cancro del polmone e con le loro famiglie non solo a considerare gli aspetti psicosociali tipici della diagnosi (ad esempio, depressione, ansia e qualità di vita), ma a prestare attenzione anche al livello di stigma che un paziente può sperimentare (vedasi studio di Psychosocial Oncology riportato su PubMed).   Nella speranza che tutti i dirigenti delle ASL italiane prendano in seria considerazione la richiesta su esposta di istituire corsi di formazione ad hoc.

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