La pubblicità e la realtà dei farmaci antitumorali

La pubblicità e la realtà dei farmaci antitumorali

Traduzione dell’articolo originale di MATT JABLOW (09.08.2016) a cura di Elettra Feltrin.

Nella foto: Matt Jablow con la moglie Ronna e i figli a Cortona, 2013.

TOWSON, Md. — Dopo due giorni di vacanza da sogno a Cortona, nell’agosto del 2013, mia moglie Ronna iniziò ad avvertire un senso di nausea, accompagnato da una stanchezza eccessiva e da dispnea. Ronna, una delle più grandi stoiche della storia d’America, ritenne che quei sintomi non si dovevano associare a niente di grave, e valorosamente cercò di unirsi a noi nelle varie escursioni nella campagna italiana. Ma, dopo alcuni giorni in cui le sue condizioni continuavano a peggiorare, persino la valorosa Ronna decise che forse era giunto il momento di recarsi al pronto soccorso.

In un piccolo ospedale di provincia toscano, i medici identificarono la causa del problema: si trattava di un versamento pericardico, un accumulo di liquido in eccesso intorno al cuore. Ronna fu trasferita in un clinica più grande, ad Arezzo, dove le praticarono una pericardiocentesi. Subito dopo, il primario di cardiologia mi tranquillizzò sul versamento pericardico, ma mi disse che era quasi certo che Ronna avesse un cancro al polmone.

Dopo qualche settimana, di ritorno nel Maryland, i medici del John Hopkins Hospital confermarono la diagnosi del medico italiano. Mia moglie, una donna sana, attiva, non fumatrice di 48 anni, aveva un carcinoma polmonare al IV stadio.

Nei due anni successivi, Ronna si è sottoposta a diversi cicli di una chemioterapia molto pesante e poi, quando il cancro si è esteso al cervello, si è sottoposta anche a delle sedute di radioterapia. All’ospedale Johns Hopkins, Ronna ha preso parte ad uno studio clinico per il farmaco Opdivo, un farmaco immunoterapico prodotto dalla casa farmaceutica Bristol-Myers Squibb. Per farla breve: l’immunoterapia è un trattamento sviluppato da poco, altamente promettente in quanto permette al sistema immunitario di riconoscere il cancro e di attaccarlo. Ma non ha funzionato per Ronna, che il 25 settembre u.s. ci ha lasciati mentre io ed i suoi genitori le tenevamo stretta la mano sussurrandole parole dolci all’orecchio.

Inutile dire quanto questo anno sia stato difficile per me ed i miei due figli ma, sapendo che Ronna detestava l’autocommiserazione, abbiamo cercato di andare lentamente avanti cercando di fare del nostro meglio per fronteggiare la situazione e portare avanti, ogni volta che è stato possibile, il suo ricordo indelebile e l’eredità che ci ha lasciato.

Alcune settimane fa, ho visto uno spot televisivo che ha segnato una battuta d’arresto nell’evoluzione del lutto. Si trattava di una pubblicità del farmaco Opdivo, che comincia con un jingle in crescendo e mostra persone anziane accarezzate da un sole caldo, che guardano verso l’alto, dove, in cima ad un edificio, troneggia la scritta “un’opportunità per vivere più a lungo”. Una voce fuori campo recita “Opdivo, rispetto alla chemioterapia, ha significativamente aumentato le possibilità di vivere più a lungo”. La frase zoppica sintatticamente, ma la voce vellutata fuori campo riesce a raggiungere il suo obiettivo grazie anche agli attori che interpretano la parte di malati di cancro al polmone intenti a giocare con i nipoti.
Se non fosse stato così ingannevole ed artefatto, sarebbe stato incredibilmente edificante. Soltanto un paziente su 5 con un cancro al polmone al IV stadio ha visto una risposta significativa grazie ad Opdivo, e anche in quei pazienti in cui c’è stata una risposta, l’incremento mediano di vita è stato di soli tre mesi rispetto alla chemioterapia standard.

La percentuale di sopravvivenza a cinque anni per un malato al IV stadio varia tra l’1 e il 5%. Anziché “un’opportunità per vivere più a lungo”, una narrazione più veritiera sarebbe stata “Opdivo offre ai malati di cancro al polmone in fase avanzata la possibilità di vivere qualche mese in più”.

Venerdì scorso, la casa farmaceutica Bristol-Myers Squibb ha annunciato che Opdivo non ha superato il test più cruciale: durante uno studio clinico, il farmaco non è riuscito, rispetto alla chemioterapia tradizionale, a rallentare l’avanzare della malattia se utilizzato come trattamento di prima linea. Opdivo è ancora utilizzato nel cancro del polmone soltanto in seconda linea. Nonostante le enormi aspettative e le speranze sollevate, il medicinale non si è dimostrato efficace come trattamento di prima linea.

L’immunoterapia è una frontiera eccitante che può potenzialmente allungare la vita di migliaia di persone. Ma, al momento, la campagna pubblicitaria supera di gran lunga la realtà. I farmaci sono costosi e la loro efficacia, come ci dimostra lo studio clinico su Opdivo, è lungi dall’essere garantita.

Alla luce di queste incertezze, è vergognoso che la Bristol-Myers Squibb si nutra delle speranza e della angosce dei malati in fase terminale, e trovo irresponsabile che l’agenzia del farmaco americana permetta una cosa simile. Gli Stati Uniti e la Nuova Zelanda sono gli unici due paesi al mondo a permettere pubblicità di farmaci diretti al consumatore (nel resto del mondo, gli unici farmaci a cui è concessa pubblicità diretta, sono i medicinali da banco, ndt). L’American Medical Association ritiene che questi spot debbano essere banditi, ma forse basterebbe soltanto verificare che il messaggio veicolato sia, in caso di farmaci salva-vita, veritiero rispetto ai risultati.

La pubblicità di Opdivo si chiude con la voce narrante che ringrazia “i pazienti ed i medici che hanno preso parte allo studio clinico su Opdivo”. Se davvero volete ringraziare pazienti come la mia adorata moglie, vi consiglio di sgonfiare i toni di quegli spot.

 

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