A quando l’esame di empatia per i medici?

A quando l’esame di empatia per i medici?

Riceviamo e pubblichiamo...

… la testimonianza di una moglie che ha combattuto a fianco del marito contro una malattia che mette a dura prova tutta la famiglia, ma che potrebbe, con il sostegno di medici empatici e capaci di una corretta comunicazione con pazienti e caregivers, essere molto più agevolmente affrontabile.
Sotto il camice bianco, ci si augura sempre di trovare un professionista, un medico, un Uomo che ha prestato responsabilmente il giuramento deliberato dal comitato centrale della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri il 23 marzo 2007, che cita tra i vari punti:
– “ promuovere l’alleanza terapeutica con il paziente fondata sulla fiducia
– “attenermi nella mia attività ai principi etici della solidarietà umana”.

Dobbiamo purtroppo constatare che le parole e i comportamenti di alcuni sono ben lontani dal rapporto auspicabile per il bene del paziente, basato sull’alleanza terapeutica e sull’empatia che hanno lo scopo di alleviare la sofferenza dei malati e di soddisfarne i bisogni essenziali di essere emotivamente compresi, tranquillizzati, motivati e indirizzati alla speranza.

Grazie per l’opportunita’ che mi è concessa.

Non mi interessa conservare l’anonimato in quanto nel 2015, dopo tre anni dalla morte di mio marito Loris, ho scritto e pubblicato un libro “Almeno c’è il sole”, in cui denuncio il modo inumano a noi riservato da parte di certi medici e che è lo spunto per condurre conferenze sul difficile rapporto medico-paziente.

Mio marito Loris e’ morto nel 2012 dopo una malattia durata quattro anni e mezzo.

Come ho scritto nel libro, io e mio marito non avremmo mai pensato che, nel duro percorso della malattia, ci saremmo dovuti scontrare anche con la mancanza di umanità da parte dei medici curanti.

Abbiamo riscontrato mancanza di ascolto e di risposte. Durante le visite ambulatoriali abbiamo capito presto che non venivamo ascoltati. Mentre il dottore scriveva chino sui documenti, le nostre domande non venivano prese in considerazione per cui eravamo costretti a non farne più.

L’episodio culminante è stato l’abbandono, dopo tre anni di cure, ai primi segnali che la malattia non avrebbe potuto essere debellata.

Le parole del primario, a cui mi ero rivolta per sapere quali fossero le linee di azione future per mio marito che era ancora in forma, sono state durissime. Mi disse che negava le cure a mio marito, che ognuno di noi “deve morire”, che “potevo curarmelo io mio marito” e di “rivolgermi a uno stregone”.

Un malato ha il diritto ed il suo medico il dovere dell’accompagnamento dall’inizio alla fine del suo percorso.

Ecco, a mio marito questo è stato negato! Quindi, accettiamo pure di leggere statistiche sui tassi di sopravvivenza più alti in una città piuttosto che in un’altra, che valgono quel che valgono.

Vorrei tanto che la smettessero di pavoneggiarsi insensatamente alle spalle di malati che, per quanto sento in giro, vengono trattati ancora con i medesimi metodi.

Marianita Pellini

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